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A Padova c’è un’invasione di zombie. I sopravvissuti raccontano le storie in un blog:

http://thesurvivaldiaries.wordpress.com

Anche io ho raccontato la mia, la trovate qui:

http://thesurvivaldiaries.wordpress.com/2012/05/15/epicentro-disgraziato/

Ma è la seconda versione, ne avevo scritta un’altra che però era più racconto che diario.

Si intitola Bradipo Zombie.

Eccola.

Proprio nell’epicentro del casino. Il mio solito culo. Accendo lo stereo per sovrastare i lamenti. The Cure, Bloodflower. Cerco di tornare a concentrarmi sul libro che sto leggendo. L’uomo di paglia. Non posso fare a meno di immaginarmelo come un tabagista impanato di sigarette senza filtro.

«Che hai intenzione di fare?» mi chiede mia moglie Alessandra.

Ripongo il libro sul petto, dopo aver piegato un orecchio della pagina a mo’ di segnalibro.

«Vedi, il mondo animale ci insegna tutto. Voglio fare come il bradipo» rispondo calmo.

Mi guarda strabuzzando gli occhi. «Lì fuori siamo invasi dai morti viventi e tu vuoi dormire?».

Alzo gli occhi al cielo. «Cancello e siepe sono a prova di zombie. Se anche passassero, abbiamo le inferriate alle finestre e la porta blindata. Tiene fuori i ladri, terrà fuori anche gli zombie. Il Bradipo lo sai cosa fa?» domando, sapendo già la risposta.

«Dorme?» risponde titubante.

«A parte quello: vive su un albero, perché lì non ci sono predatori. E scende una volta alla settimana, per cagare. Ed è lì che è esposto al rischio. Io non farò una cagata simile, e resteremo rinchiusi in casa, ad aspettare che passi. Il freezer da 240 litri che hai voluto comprare è pieno, abbiamo l’orto in giardino, quindi non moriremo di fame. Arriveranno i soccorsi, e ci troveranno sani e salvi».

Alessandra guarda fuori dalla finestra. Sul cancello, l’unico punto non ricoperto da una fitta siepe, si ammassano decine di mostri. Tendono le braccia all’interno, fra le sbarre di ferro dipinte di grigio, come a volerci ghermire. Dopo andrò fuori con la sega elettrica a potare un po’ di mani.

«Magari c’è qualche altro sopravvissuto, o qualcuno che possiamo aiutare».

«Non hai visto I film? Gli sconosciuti sono più pericolosi degli zombie! E poi come facciamo a uscire? In bicicletta? Troppo rischioso. Aspettiamo, è meglio. Fidati di me».

Non faccio in tempo a finire la frase che sentiamo un clangore metallico. Ci voltiamo verso la finestra. Le grate che sembravano una prigione mi fanno sentire al sicuro. Il cancello è schianatato al suolo. Sulla colonna di cemento che lo reggeva, una crepa grande quanto la vagina di una pornostar.

«Hai chiuso il portone vero?» chiedo ma intanto mi sono già alzato con uno scatto, e corro verso l’ingresso. La porta è aperta, stanno entrando. Chiudo le porte interne, sapendo che non li fermeranno per molto.

«Presto, scappiamo al piano di sopra!» urlo. Corriamo. Cerco di rovesciare la libreria, per creare ostacoli.

Arriviamo al piano di sopra. Ho il fiato corto. In camera c’è la mia vecchia mazza da baseball. Non abbiamo altre armi. E non faccio uno swing dal 1994. Sarà come andare in bicicletta?

Sentiamo i passi pesati rimbombare sulle scale. Ci rintaniamo in terrazza. Guardiamo in basso e vediamo quei mostri entrare, come formiche attratte dal miele. Dobbiamo fuggire, è l’unico modo. Cercare di arrivare nel giardino dei vicini, sperando di non finire impalati nei pali della recinzione.

Il salto è di quattro o cinque metri. Rimaniamo fermi finché non li vediamo spuntare dalla porta finestra. Quelle mani putride iniziano a martellare il vetro. Non reggerà.

Faccio un respiro profondo. Fletto i muscoli e salto nel vuoto.

 

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La trovate QUI

Per i più pigri la copioincollo:

Prendete un pugno di personaggi, ognuno con la propria caratteristica al limite del grottesco e fate in modo che un evento faccia intersecare le loro vite: potete immaginare cosa succederà?

Simone Marzini ha fatto proprio questo nel suo breve (115 pagine) ma divertentissimo romanzo d’esordio, che scorre come un fumetto pulp in cui ogni protagonista ha un soprannome: Benzina, Rambo, Pacciani, Cicatrice, Pizza, Smilzo… Ognuno con la propria piccola storia di sopravvivenza, truffa e disperazione affogate nell’alcol, con la speranza in un colpo di fortuna per cambiare vita.

“Portello pulp” è ambientato in una Padova che offre angoli sporchi e nascosti, dove tutti sono in affanno perché il tempo stringe e c’è sempre qualcuno da cui scappare, ma anche qualcuno a cui appoggiarsi per riuscire a sopportare la propria esistenza.

Volendo trovare un riferimento stilistico, orientativamente indicherei “Che la festa cominci” di Ammaniti o “Roma, lato B” di Claudio Delicato recensito qui.

Buon divertimento!

 

(A me fa sempre specie essere accostato a Niccolò Ammaniti, ma iniziano a dirlo in tanti per cui magari è vero! E dire che non è uno dei miei scrittori di riferimento…)

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Questo post nasce da un video di Repubblica, che racconta di come una ragazzina americana si sia confezionata il vestito per il ballo di fine anno (dove è noto da statistiche che mi sto inventando adesso che è la notte in cui il 69% delle liceali perde la verginità) utilizzando carte di caramelle.

Video

Ora, io è da un anno a questa parte che sono in fissa col riciclo creativo. Sarà che non butto via quasi niente e il garage è ingombro di cose inutili (ma che una volta buttate via so già che mi servirebbero per qualcosa), sarà che trovo romantico il riutilizzo di materiali di scarto, sarà che mi piace costruire cose. Alla fine anche scrivere un romanzo è una costruzione di una storia, no? Quindi è una questione genetica. E trovo che mai come adesso il riciclo stia diventanto chic, oltre che utile. Ma anche bello bello bello in modo assurdo, se mi passate la citazione. Ci credo.

 

 

Questi sono due lampadari fatti con le penne bic. Sono stupendi. Ne voglio realizzare uno per casa. Ma anche quelli con le bottiglie vecchie, quando riuscirò a capire come tagliare il fondo delle bottiglie senza tagliarmi le vene (pare bastino un filo di canapa, dell’alcol e una baccinella d’acqua, ma devo aspettare di rinnovare la polizza infortuni prima di cimentarmi).

Ma torniamo alla ragazza del video: si è fatta un mazzo a realizzare un abito, piegando dodici volte ogni cartina e unendola a un’altra con del filo. 12 volte per 18.000 cartine. Però ne parlano i giornali in Italia. Delle compagne riccone con abiti firmati non ne parla nessuno, se non la parrucchiera del quartiere. Ma il punto non è parlare di qualcosa: è distinguersi, in un mondo dove tutto è fatto in serie. Anche i libri, alle volte: basta passare in libreria e rendersi conto di quanti cloni ci sono.

Quel vestito ha una storia che si può raccontare. Come ogni prodotto fatto a mano.

Come questa borsa Brucle, che prima era una rivista a fumetti

E che è stata realizzata a mano: quindi se la ordinate, sono in vendita qui, potrebbe essere diversa dalla foto, ma è in quello che sta la sua bellezza: non potete trovarne una uguale.

A me piace pensare che qualcuno prima li abbia letti quei fumetti, che ogni tassello ha una sua storia. Ben diversa da una colata di plastica in una fabbrica inquinante dell’estremo oriente.

 

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Da quando produco e commercializzo cinture ho il vizio di guardare le cinture delle persone che incontro. Gli uomini credono gli guardi il pacco. Si creano incomprensioni alle volte poco piacevoli. Ma non ne posso fare a meno. E penso a chi fa il ginecologo.

Lo stesso succede per quello che scrivo, e soprattutto, per quello che leggo. Smettere lo sguardo dell’autore e diventare lettore non sempre è facile. Di solito, specie quando guardo telefilm un po’ scrausi, so già quello che accadrà prima che accada. Ma alle volte mi stupisco, e quelle contano doppio.

Sono sempre stato convinto che ci siano delle regole per raccontare una storia, sia essa un romanzo, una barzelletta, un film. A tali regole si può trasgredire, ma bisogna dare una chiave di lettura. Altrimenti la gente non capisce una fava. E sono sempre stato convinto che se la gente non capisce niente la colpa è dell’autore, non della gente. Ma io sono uno scrittore Pulp e posso permettermi di dire un sacco di stronzate, tanto mica mi prendono sul serio.

Sugarspritz!!

apr
2012
15

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Venerdì 20 aprile sarò allo Sugarspritz, a presentare Portello Pulp. Insieme al compagno di scuderia Alberto De Poli, che presenta il suo Incubi a Nordest. Maggiori info su luogo e orario li trovate sulla barra laterale, sotto eventi.

Cos’è lo Sugarspritz? Un evento che unisce due passioni: i libri (di genere preferibilmente noir, pulp, thriller) e lo spritz, inteso come aperitivo. Un modo per entrare in contatto con autori, emergenti ma anche famosi, e appassionati. Una sorta di circolo letterario informale, dove chiaccherare e parlare di libri, ma non solo.

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Rettifica: la presentazione è confermata per il 12 aprile, i problemi tecnici sono stati risolti.

La presentazione del 12 aprile è stata cancellata per problemi tecnici.

La prossima presentazione di Portello Pulp è il 20 aprile, in compagnia di Alberto De Poli e di un bel po’ di spritz. A breve maggiori dettagli.

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Massimiliano Santarossa

Questo libro e’ uno dei migliori esordi degli ultimi anni. Quando uno scrittore riesce nelle pagine di un romanzo a reggere una storia cosi’ veloce e complessa, colma di commedia, tragedia, ironia, visioni assurde, altre realissime, quando riesce tra le pagine a far vivere magistralmente dei poveri diavoli come Carlo Benzina, Rambo, Pizza, Cicatrice, il cavallo Bossi, il leone e altre varie bestie animali e umane, quando sullo sfondo riesce a far correre la propria citta’, locali, vie, ambienti, insomma quando uno scrittore regala tutto questo vortice narrativo, ecco quello scrittore sale per diritto al ruolo di Vero Scrittore. Credetemi, di debutti del genere in Italia ce ne sono davvero pochi.
Fatevi del bene: leggete Simone Marzini, “Portello Pulp” (Edizioni La Gru).

Via: Facebook.

 

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Più grottesco che pulp

La scrittura di Simone Marzini mi ha ricordato “Che la festa cominci” e soprattutto i primi lavori di Ammaniti. Ma non solo, ci sono riferimenti tarantiniani e anche un po’ del Camilleri de “La scomparsa di Patò”.

E’ un esordio da tenere sott’occhio, un libro che si legge da solo (!) in un pomeriggio, non ha pretese “alte” e si esprime nel linguaggio di tutti i giorni. Quelli siamo noi, in quelle pagine leggiamo il nostro modo di esprimerci.
Divertente, grottesco, ma che non finisce in farsa, cosa molto importante. La trama infatti è un puzzle che sembra sgangherato eppure alla fine tutti i tasselli vanno al loro posto, incastrandosi con grande precisione. Quindi una trama ben congegnata che non deraglia nel demenziale o nel surreale spinto.

Anche la scrittura, come detto, è degna di nota. Una scrittura divertente, fluida, fresca. Poco incline alla descrizione ma tutta rivolta alla velocità e alla risata, che quando arriva ti fa buttare il libro per terra.
E anche i personaggi sono ben caratterizzati, con le loro manie, i loro tic, le loro pazzie. Ti fa affezionare a questi tre: Benzina, Rambo e Pacciani, che sono gli “sfigati” che troviamo nelle periferie delle ns città (o paesi). E anche i personaggi secondari non sono solo comparse ma si portano dietro le loro storie, che ce li fanno conoscere non solo in funzione di quella principale. Il circo. Il gruppo anarco-insurrezionalista-ambientalista. La banda degli spacciatori.

Consigliato a chi vuole leggere una storia alla Guy Ritchie (The Snatch, Lock & Stock), una storia che leggi in poche ore in totale relax e divertimento.

Black Bart

- recensione su anobii

 

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Era ottobre dello scorso anno. Un piovoso week-end autunnale, da stare rinchiusi in casa. Mia moglie Alessandra stava navigando in internet. Non parlava da un’ora. E di solito è un brutto segno, quando non parla. Significa che è arrabbiata con me o che sta per spendere soldi.

“Simo, mi sono innamorata” dice a un certo punto.

Io faccio l’inventario mentale dei nostri averi in vista del divorzio: il cuscino massaggia cervicali sarà mio!

Mi avvicino al notebook. La pioggia batte sui vetri, con la monotonia di un esercito di cimici cadute a terra supine. O era prone? Mi confondo sempre.

Alessandra sta guardando un sito di borse. Coloratissime.

“Ma non avrai mica bisogno di un’altra borsa?” le chiedo.

“Non ho nessuna borsa per l’estate, e poi hai visto queste qui?”

Mi avvicino al monitor e guardo meglio. Alcune sono un’esplosione di colori, altre a scacchi, altre tinta unita. “Sì, sono belle, particolari” rispondo.

“Ma hai capito di cosa sono fatte?”.

“Di orecchie di serpente?” rispondo.

“No, sono fatte di carte di caramelle!”.

Aguzzo la vista e guardo meglio. Ha ragione. In alcuni particolari dell’interno si vede la lista degli ingredienti. Un’altra borsa è fatta coi codici a barre. Un’altra con la parte interna, argentata. Si vede la faccia del fotografo riflessa. Devo fare qualcosa, o la mia carta di credito verrà prosciugata.

“Bè ma tu vorresti una borsa fatta con le carte di caramella? Magari leccate?” dico salendo di tono sulla “e” finale arrivando a eguagliare Wanna Marchi.

“Ma guarda che sono carte nuove! funziona così: quando vengono stampare carte sbagliate, e sono confezionate in rotoli alti due metri, invece di buttarle via le danno a questi artigiani messicani che le ritagliano e con un’antica tecnica Maya le piegano diverse volte e le legano insieme fino a formare queste borse”.

I Maya hanno inventato una tecnica per farmi spendere soldi. “Ah interessante…” dico. Mi aggiusto gli occhiali sul naso e mi preparo. “E quali vorresti?”.

Si gira con gli occhi a forma di shopping bags. “Tutte!”.

Impietrisco.

Alla fine ne abbiamo ordinate una. Bellissima, con le cartine sovrapposte come fossero scaglie di sirena. La lavorazione Maya avrà millenni ma funziona: le borse sono resistentissime, ed essendo fatte di fogli di plastica sono anche impermeabili.

Nessuno ci credeva che fosse fatta in carta di caramella. Ci abbiamo pensato un po’, e abbiamo deciso di cercare di contattare direttamente un produttore. Pedro. Noi qui a -11 gradi e lui in magliettina sbottonata fino all’ombelico, catenone d’oro al collo che si perdeva nel pelo del petto. Abbiamo fatto un primo ordine di campionatura. Poi uno più grande, sbizzarrendoci nel creare modelli esclusivi, scegliendo gli abbinamenti dei colori. Sono migliaia di combinazioni diverse. Ci sono arrivate borse di ogni tipo: fatte con pagine di fumetti plastificati, con carte di caramelle, con codici a barre. Con linguette di lattine, lavorate a uncinetto.

Per fare alcuni modelli di borse ci vuole una settimana di lavoro. Ogni pezzo è unico, diverso dall’altro. Mi piaceva l’idea, in un periodo in cui tutto viene prodotto in serie, di un qualcosa di unico. L’idea piaceva anche a mio suocero, titolare di BRUCLE, un’azienda che produce cinture da uomo e accessori moda, tutto fatto a mano in Italia. Abbiamo unito le due cose, e creato un sito ecommerce, BRUCLESHOP. Se volete vedere queste meraviglie, dove l’artigianato si fonde con l’arte, non dovete fare altro che cliccare QUI

Per i nuovi iscritti, fino al 31 marzo, c’è uno sconto del 10% direttamente nel carrello.

Black comedy!!

mar
2012
21

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Dai matti di pescepirata.it una black comedy con racconti, interviste svalvolate e altro ancora! C’è anche un mio contributo ;-)

La trovate QUI

Buona lettura!